Un sito, una sperimentazione, una comunità, una serie di locali: tutto questo dedicato alle parole, compreso il tema dell’anno, dal titolo fantastico, ricco di creatività, inedito, sorprendente, innovativo fresco ed originale, che spicca su tutto: “La parola”!
“Complesso di fonemi, cioè di suoni articolati, o anche singolo fonema (e la relativa trascrizione in segni grafici) mediante i quali l’uomo esprime una nozione generica, che si precisa e determina nel contesto d’una frase.” (Treccani)
“Espressione orale o scritta di un’informazione o di un concetto, ovvero la rappresentazione di un’idea svolta a mezzo e nel presupposto di un riferimento convenzionale.” (Wikipedia)
“Minima unità isolabile all’interno della frase, composta da uno o più fonemi, dotata di un significato autonomo fondamentale o di una funzione sintattica.”
(Sabatini Coletti)
“Complesso di suoni articolati (o anche un solo suono) che esprime un significato; la relativa rappresentazione grafica.” (Sapere.it)
“A single distinct meaningful element of speech or writing, used with others (or sometimes alone) to form a sentence.” (Oxford English Dictionary)
“A speech sound or series of speech sounds that symbolizes and communicates a meaning.” (Merriam-Webster)
“Unité linguistique constituée d’un ou plusieurs phonèmes, qui a un sens et une fonction grammaticale.” (Larousse)
“Kleinste selbstständige sprachliche Einheit mit eigenem Bedeutungsgehalt.” (Duden)
Alcune tra le principali definizioni ufficiali di “parola”, provenienti da dizionari e fonti linguistiche, presentano tratti comuni, che ne delineano la natura. In tutte emerge l’idea che la parola sia composta da suoni articolati, i fonemi, oppure dalla loro trascrizione grafica: essa è dunque un’entità che vive sia nell’oralità che nella scrittura. Allo stesso tempo, viene riconosciuto che la parola porta con sé un significato, autonomo o convenzionale, e che non si limita alla forma, ma veicola un contenuto. È considerata la più piccola entità linguistica dotata di senso, isolabile all’interno della frase, e per questo viene descritta come il “mattoncino” fondamentale con cui si costruisce il linguaggio. Alcune definizioni insistono sul ruolo grammaticale e sintattico, sottolineando che la parola non è soltanto portatrice di significato, ma anche strumento di organizzazione del discorso. Nelle fonti anglosassoni, inoltre, si evidenzia la sua capacità di comunicare e simboleggiare un concetto, ponendo l’accento sulla funzione relazionale.
Queste definizioni hanno in comune un approccio tecnico e linguistico: descrivono la parola come unità formale, fatta di suoni, grafemi, significati e funzioni. Tuttavia, ciò che manca è la dimensione esperienziale e affettiva. La parola, per esperienza condivisa, non è soltanto struttura.
Ora per non insistere nella visione culturale occidentale-centrica, vediamo cosa ci propongono altre espressioni culturali.
Nella cultura giapponese la parola è espressa dal termine kotoba (言葉), che unisce “koto”, cioè suono, evento o cosa, e “ba”, foglia, simbolo di ciò che si diffonde. La parola è dunque intesa come “foglia del suono”, un elemento vivo che porta significato e si espande nel mondo. Non è soltanto comunicazione, ma anche gesto estetico e spirituale, come dimostra la pratica della calligrafia (shodō), dove il segno scritto diventa arte e meditazione.
Nella cultura cinese la parola è inseparabile dal carattere scritto (字), che rappresenta insieme un concetto e un suono. La scrittura logografica fa sì che la parola sia un’unità di significato visivo e fonetico, radicata nella storia millenaria della lingua. I primi caratteri, incisi sulle ossa oracolari, avevano un valore sacro e servivano per comunicare con il divino. Ancora oggi, la parola cinese nasce spesso dalla combinazione di due caratteri che insieme creano un nuovo senso, mostrando la logica combinatoria e la ricchezza semantica della lingua.
Nella tradizione araba la parola si fonda sul sistema delle radici consonantiche. Ogni parola deriva da una radice di tre consonanti che custodisce un nucleo di significato e che si declina in forme diverse. La radice ك-ت-ب (k-t-b), ad esempio, genera kitāb (libro), kataba (scrivere), maktab (ufficio). La parola è quindi emanazione di un significato originario che si espande in molte direzioni. Nella cultura islamica, inoltre, la parola ha un valore sacro: il Corano è definito “al-Kalām Allāh”, la Parola di Dio, e la lingua araba è considerata veicolo privilegiato della rivelazione.
Proviamo ora ad indagare il tema, percorrendo la profondità della dimensione storica. Nelle culture più antiche, la parola era innanzitutto un atto sacro. In Mesopotamia e in Egitto, i segni scritti erano considerati strumenti di comunicazione con gli dèi. In Grecia, Platone nel Cratilo discusse l’origine delle parole, oscillando tra l’idea che fossero naturali (legate alla realtà) o convenzionali (frutto di accordo umano). Aristotele le definì come “segni delle affezioni dell’anima”, cioè simboli che rimandano ai pensieri interiori.
Nel mondo latino, la parola fu vista come vox, suono articolato, e come verbum, cioè espressione del pensiero. Isidoro di Siviglia, nel VII secolo, nelle sue Etymologiae, raccolse e sistematizzò le origini delle parole, mostrando come esse fossero portatrici di senso e memoria storica.
Durante il Medioevo, la parola fu interpretata soprattutto in chiave teologica: era il Verbum Dei, la Parola di Dio, incarnata nel Logos cristiano. In questa prospettiva, la parola non era solo linguaggio umano, ma anche rivelazione divina.
Con il Rinascimento e l’età moderna, la parola tornò a essere studiata come fenomeno linguistico ed estetico. L’umanesimo riscoprì la forza della retorica e della poesia, mentre la linguistica comparativa dell’Ottocento iniziò a definire la parola come unità minima dotata di significato, analizzandone le radici e le trasformazioni attraverso le lingue.
Nel Novecento, con Saussure, la parola fu collocata all’interno del sistema della lingua: non più solo segno isolato, ma parte di una rete di relazioni. La semiotica e la filosofia del linguaggio hanno poi ampliato la prospettiva, vedendo la parola come segno arbitrario, convenzione sociale, ma anche come atto performativo (Austin, Searle), capace di produrre effetti reali nel mondo.

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Invece, il mondo delle scienze, ed in particolare della neurologia, come considera le parole? Vengono definite come una funzione cognitiva complessa, che nasce dall’attività coordinata di diverse aree cerebrali e che consente di trasformare pensieri ed esperienze in segni sonori o grafici dotati di significato. Esse rappresentano una delle funzioni superiori del linguaggio e permette di codificare e decodificare simboli convenzionali, traducendo idee astratte in suoni o segni scritti. La produzione e la comprensione della parola dipendono da un network situato nell’emisfero sinistro, in particolare dall’area di Broca, che ne coordina l’articolazione e la produzione, e dall’area di Wernicke, cruciale per la comprensione. Queste aree sono collegate dal fascicolo arcuato, che consente il passaggio tra pensiero e linguaggio. La parola implica processi cognitivi articolati come l’espressione, la comprensione, la memoria lessicale, la denominazione, la fluenza e la discriminazione dei suoni linguistici. Quando queste aree vengono danneggiate, ad esempio a seguito di ictus o traumi, possono manifestarsi disturbi come l’afasia, che comporta la perdita o la compromissione della capacità di produrre o comprendere parole. In sintesi, la parola non è soltanto un segno linguistico, ma un atto cerebrale complesso che nasce dall’interazione tra memoria, percezione, simbolizzazione e motricità. È la traduzione biologica del pensiero in suono o grafia e rappresenta uno dei tratti più distintivi dell’essere umano.
Con tutta questa conoscenza sciorinata per estensione temporale, geografica e scientifica, perché abbiamo sentito l’esigenza di mantenere una sperimentazione ed un sito che si interroghi ancora, ostinatamente, sulle parole. Cosa non convince, cosa non ci soddisfa?
Innanzi tutto l’effetto tornante alpino: ogni curva sembra ritorni alla partenza, ma la conquistata nuova elevazione ci consegna una rinnovata visione, una nuovo prospettiva, la possibilità di riconsiderare le cose ed il panorama da una posizione più elevata per noi, ma mai più bassa per ciò che si osserva. È la disciplina del tempo, forse direbbe il Fossati, il grande regalo che la vita offre a chi la sta percorrendo sino in fondo, sino a confondersi con la stessa, stemperandosi in essa sino a non essere più né vita né vivente, ma cosa?
Ecco il quesito, ecco l’irrequietezza del nostro pensiero. Tante definizioni non ancora armonizzate, tante curve, ma che non procurano ancora la prospettiva unica, dominante, definitiva. È il bisogno di uscire dalla parcellizzazione delle visioni, delle tante discipline, che illuminano, ma non tracciano, che creano sapere, erudizione forse, ma non consapevolezza.
Un giorno ad un nostro collega, affetto da balbuzie, chiedemmo conto del suo modo di esprimersi, così impacciato, così faticoso, così innaturale, sovente buffo. Si schernì sostenendo fossero i tentativi di fuga del suo cervello, che ogni volta che si accorgeva di un piccolo spiraglio tra le labbra, cercava la fuga da lui, stanco di sopportare la compagnia di un umano. Poi facendosi serio, ci rivelò lo stupore che lo coglieva, pensando alle parole. Ogni volta, ci confessò, per lui era come partorire, come dare alla luce la vita stessa, che prendeva forma, dimensione esistenziale e temporale dalla stessa espressione uscita con fatica e dolore dalle sue labbra. Quel concetto, tra il poetico ed il mistico, ammesso come in una confessione, sussurrato a labbra strette, come una devozione, ci aveva impressionato, perché anticipava, già tanti anni fa, una visione da fisica e biologia quantistica, da cui emergono potenze inenarrabili da aspetti minimi, ritenuti sino ad ora trascurabili, banali, inutili addirittura, mere costruzioni teoriche.
Ecco il dono degli dei: la parola. Quella dimensione, che ci rende simili al Dio ebreo: proferiamo e creiamo….oppure distruggiamo. Quanta potenza, così dirompente, a nostra disposizione, iniziando proprio dalle nostre esistenze, così aggrappate alle parole come le note ad un pentagramma, senza il quale saremmo orfani della musica, condannati ad una vita di esistenze isolate, all’incomunicabilità, non solo tra simili, ma con tutto l’intorno creato, visibile ed invisibile.
Pensiamo quindi che come tante altre espressioni dell’universo, lo zero, il concetto di infinito, di limite, le parole come bellezza, amore, dio, dal significato mai soddisfatto della loro espressione, siano porte verso nuove dimensioni, verso universi di infinite evoluzioni, la cui destinazione sia la consapevolezza esistenziale.
Tra queste, come nel film “Il tredicesimo piano” (The Thirteenth Floor, 1999), diretto da Josef Rusnak, la parola gioca un ruolo estremamente significativo, soprattutto se accettiamo di ipotizzare l’esistenza di una conoscenza distribuita e diversa per ogni persona, che abbia calcato la superficie di questo pianeta e si sia immersa in questa modalità esistenziale.
Chiediamocelo, ancora una volta, ancora per un anno, per tutto il 2026, e poi per sempre, tutti e ciascuno. Domandiamoci cosa sia la parola ed attendiamo che ci porti attraverso le sue millanta epifanie di universi ed esistenze, sino a completare il nostro percorso, unico per ognuno, sino a diventare senso di tutti i significati esistenti.
“Ogni parola pronunciata è falsa. Ogni parola scritta è falsa. Ogni parola, è falsa. Ma cosa c’è senza la parola?” (Elias Canetti – La provincia dell’uomo – Adelphi, 1978).
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Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.
Titolo: La parola
Sezione: Il tema dell’anno
Autore: a cura della redazione
Ospite: –
Codice: ICCMICC2511141731MAN
Ultimo aggiornamento: 14/11/2025
Pubblicazione in rete: prima stagione, 01/10/2025
Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – I Caffè Culturali
Fonte immagini: INFOGESTIONE – I Caffè Culturali
Fonte video e contenuti multimediali: –
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