LA COPERTINA

Pace

di Gian Stefano Mandrino

2001: Odissea nello spazio – libera interpretazione
fonte: Archivio INFOGESTIONE
proprietà intellettuale INFOGESTIONE s.a.s.

Pace
La parola pace sembra semplice, quasi trasparente. Eppure custodisce una storia antichissima, fatta di mani che si incontrano, di accordi che si fissano, di comunità che scelgono di restare insieme.
Deriva dal latino pax, pacis, ma il suo cuore è ancora più remoto: la radice indoeuropea pak/pag significa “fissare”, “legare”, “stabilire”. È la stessa radice che ritroviamo in patto, pagare, pagina, palo: tutte parole che raccontano un gesto di stabilità, di ancoraggio, di impegno reciproco.

Nella Roma arcaica, pax non indicava un sentimento, né un’assenza di conflitto. Era un atto giuridico, un vincolo reciproco, un accordo che impegnava due parti a riconoscersi ed a limitare la violenza. La pace era qualcosa che si stipulava, non qualcosa che semplicemente accadeva.
In italiano la parola entra pienamente nel Duecento, già carica di questa eredità: non quiete, ma opera comune. Dire pace significa evocare un gesto di costruzione, un legame che si rinnova, una scelta di stabilità tra esseri umani
La pace, dunque, non nasce come assenza di guerra. Nasce come accordo fissato, come legame che tiene, come scelta di stabilità tra esseri umani. È un atto attivo, non passivo: qualcosa che si costruisce, si rinnova, si custodisce.
In questa luce, pace non è un silenzio dopo il rumore, ma un’opera comune. Una struttura che si erige insieme, come una casa. Una promessa che si rinnova ogni giorno.


Pace. Siamo cotti, sfilacciati, disordinati, non abbiamo più legami se non di distruzione con noi stessi e con gli altri. La storia, malgrado l’emancipazione femminile, sta tornando ad essere maschia: cattura per sé, penetra per gusto di possesso, stupra per rompere equilibri che non si capiscono, tutti presi dall’ebrezza di questa nostra erezione tecnologico-finanziario-sociale con delirio di onnipotenza, ignari che l’orgasmo sarà di una sterilità senza pari, privo di vita se continuiamo a violentare la stessa con tale impeto e tale ignorante crudeltà.

Ora, mentre state leggendo molti stanno morendo, ma non per la violenza o per la guerra. Forse, ora, ce ne importa perché potrebbe toccare anche a noi. Abbiamo deflorato la pelle con cui l’universo aveva siglato un patto di equilibrio con la nostra specie, o meglio, non abbiamo mai smesso di laceraci. Siamo di fronte al mistero della vita come bambini balbuzienti, che pestano il piede in modo convulso ed arrabbiato, perché le parole non escono dalle nostre gole e gli adulti, quegli idioti, non capiscono.

Disperati percuotiamo il terreno e, poiché non otteniamo e continuiamo a non capire, percuotiamo tutto ciò che ci circonda e non si conformi a quell’idea di esistenza, che siamo solo stati capaci a concretizzare con enormi, colossali, smisurati “IO”. Un dio minore, che sta perdendo tutto, compreso la “D”. Come il primate di “2001: Odissea nello spazio” percuotiamo tutto ciò che possa essere percosso, non importa diventi suono o distruzione: l’essere espressione di violenza ci ha sempre restituito l’ebrezza di esistere, sino alla nostra morte.

Avete mai notato che celebriamo molto di più la morte che la vita? Avete mai notato che scandiamo la storia solo per la fine dei conflitti e non per l’inizio della pace? Avete mai notato che sbaviamo per i pochi che emergono, mentre le moltitudini, che hanno percorso il nostro pianeta, sono dimenticate ancor prima di essere ricordo?

Siamo bambini balbuzienti, che non riescono ad esprimere nulla, perché ci chiediamo, inascoltati, di esprimere proiezioni esistenziali, che non abbiamo il coraggio di incarnare. Non ci riesci, non ci riesci proprio ad esprimere cose che, dentro, non riesci neppure a pensare tue, mentre tutti attorno si aspettano che tu impari a recitare il loro copione, trascinato a brandelli di generazione in generazione.

Siamo primati balbuzienti, che non riescono a guadare la Luna, ma sempre e solo il dito che, beffardo ed ipocrita, la indica. Non riusciamo a far caso all’osso tra le nostre mani, perché la possibilità di avere l’opportunità di diffondere le nostre caratteristiche genetiche aumentano se gli altri ci vedono rompere lo stesso osso, anziché osservarlo, studiarlo, condividerlo, senza vergogna del proprio dubbio, della propria perplessità, della titubanza che si fa attesa, contatto, dialogo, innanzi tutto con noi stessi e poi con i nostri simili.

Siamo balbuzienti che non riescono ad innamorarsi della prospettiva di quegli atleti che corrono tutti verso un arrivo, ma ognuno nella propria corsia, bella o brutta che sia. Invadere quella degli altri non porta da nessuna parte e non è neppure importante arrivare prima, ma accorgersi del correre, del partecipare con tutti e tutti assieme.

Siamo balbuzienti che non sanno, ma si sentono in dovere di parlare, perché il silenzio è brutto, è povertà, è malattia, è umiltà, è puzza, sa di cose vecchie, usate, logore, di dolore. Allora lasciamo tutto alla deriva, coprendolo con le parole che tutti vogliono sentire, perché siamo balbuzienti ed orfani di lemmi e di pensiero.

La balbuzie è un atto di violenza verso se stessi, è come fare vomitare uno che ha lo stomaco vuoto. La nostra specie continua a balbettare la propria esistenza, perché il senso della stessa è ancora vuoto. Non abbiamo ancora compreso che non è Mandrino, Putin, Trump o Veneranda, che non siamo iscritti ad una corsa ad ostacoli, che non si vince una medaglietta d’oro, per essere arrivati, dove non si sa di andare.

Siamo balbuzienti che non hanno capito che le olimpiadi non sono importanti, perché qualcuno si protende più veloce, più forte o più distante, ma perché tutti possiamo permettere questo, iniziando dalla pace. Si pratica tale attitudine non solo con l’astensione da atti violenti e bellici, come nella antichità, ma coltivando la libertà di cercare altro oltre la banalità di considerare vita ciò che resta dall’annullamento esercitato da chi, per vivere, pensa che altro non si possa fare se non alienare le altrui esistenze.

Siamo balbuzienti che biascicano morte perché l’archetipo timoroso pensa che sia l’unico modo per generare vita. Siamo balbuzienti perché non abbiamo il coraggio di chiedere a noi ed agli altri una tregua, un patto di intelligenza, affinché in gola si sciolga il desiderio di assaporare la vita sulle nostre labbra, di tutti e di ognuno.

Perché non sanno quello che fanno.
Pace.


PERCHÉ QUESTI PERCORSI?
I sei percorsi che seguono non sono una lista di consigli, ma un invito. Ogni scelta nasce da un gesto di cura: offrire al lettore un luogo dove la pace non è un concetto astratto, ma un’esperienza possibile. Abbiamo cercato opere, voci e luoghi che non dividono, non schierano, non semplificano. Sono percorsi che parlano di relazione, memoria, corpo, ascolto, tregua.
Un film che testimonia senza gridare. Un libro che ricompone la vita dopo la frattura. Un brano che apre uno spazio di respiro. Un’opera visiva che accoglie il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Un testo teatrale che attraversa la mente e la solitudine. Un luogo reale dove la pace è custodita come responsabilità collettiva.
Sono sentieri diversi, ma tutti portano nello stesso punto: la pace come gesto quotidiano, come scelta di sguardo, come modo di stare al mondo.

Nota redazionale
I Caffè Culturali sono un progetto di INFOGESTIONE, impresa dedicata alla ricerca didattica e culturale. In calce ai nostri articoli, proponiamo sei percorsi culturali come opportunità di approfondimento e compagnia: un brano musicale, un libro, un film o audiovisivo, un’opera visiva (grafica, fotografica o scultorea), un lavoro teatrale o melodramma, una mostra, un’esposizione, un museo o semplicemente un luogo. Ogni riferimento è selezionato per affinità tematica e accompagnato da dichiarazione di fonte, link ufficiale e, ove necessario, da rivisitazione grafica originale ispirata, mai copia. Le immagini e i materiali non sono utilizzati a fini commerciali, ma come corredo culturale e testimoniale.
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Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.

Titolo: Pace
Sezione: La copertina
Autore:  Gian Stefano Mandrino
Ospite:

Codice: ICCMICC2501151406MAN
Ultimo aggiornamento: 15/01/2026
Pubblicazione in rete: seconda stagione, 15/01/2026

Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – I Caffè Culturali
Fonte immagini: Archivio INFOGESTIONE – I Caffè Culturali
Fonte video e contenuti multimediali:

Collegamenti per approfondimenti inerenti al tema:
– Henna – https://youtu.be/2f6x3MDyVX4?si=7ih8PaG0kyYFnbam
– Memorie di un pazzo – https://www.youtube.com/watch?v=QYjE-VupD4c
– Departures – https://www.youtube.com/watch?v=3swP6tdmnJk&t=3s
– La tregua – https://www.lafeltrinelli.it/tregua-libro-primo-levi/e/9788806219338
– Pietà – https://it.wikipedia.org/wiki/Pietà_vaticana
– Museo della Pace di Hiroscima – https://hpmmuseum.jp

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