Pace.
Quale cosa può rappresentare per una sperimentazione ed un sito dedicato alla parola trattare della parola pace?
Io sono un balbuziente innamorato.
Fino ad oltre i venti anni balbettavo. Mi ricordo, da bambino, la fatica che facevo ogni qualvolta dovevo esprimere qualcosa ad un adulto. Per il rapporto con i miei coetanei ho dovuto attendere le elementari, con profonda delusione della categoria a cui appartenevo: non erano buoni, ma egoisti, già a quell’età, e non mi pareva sensato ipotizzarne una conversione, una evoluzione. Anch’essi ora, se sono ancora, sono diventati vecchi, egoisti per necessita, cattivi per invidia. I migliori non ci sono più.
Della mia infanzia e della mia giovinezza ricordo che prendevo fiato e poi cercavo di fare uscire quelle parole che, a parer mio, erano opportune, per veicolare quello che volevo dire, o meglio, quello che dovevo dire, quello che volevano sentirsi dire. La questione aristotelica dell’uomo animale sociale la sentii subito stretta, una bruttura, una vera jettatura, ancorché una pessima esigenza.
Torniamo alla balbuzie. Balbettare è come, almeno per la mia esperienza, quando si cerca di sputare o di orinare contro vento. Il flusso viene frenato da una entità maligna. Tutto entra in disordine e buona parte di ciò che volevi espellere ti ritorna indietro nel posto e nel modo peggiore. Vedi le facce degli interlocutori sospese tra compassione e malcelata ilarità. Tra tutte le disabilità è quella meno considerata: non sono mai riuscito neppure a farmi fare uno sconto sulla bolletta telefonica. Eppure io impiegavo il doppio del tempo e della linea cercando di parlare al telefono.
Di quei momenti ricordo la sensazione di affanno, quel cuore in gola, quel sentirsi strozzato senza sapere da chi e perché, quel fiatone, da cui ero sorpreso senza aver fatto un passo di corsa. In realtà un poco di movimento c’era: per sbloccare l’invio di suoni dalla mia gola, luogo in cui si trovavano così bene, avevo preso l’abitudine di pestare il piede in modo compulsivo ed inconsulto. Sembravo proprio un idiota, carino, da immaginetta della Prima Comunione, ma idiota. Una specie di marionetta a benzina, con il serbatoio pieno di gasolio e che batteva in testa. Solo le barzellette sui balbuzienti mi riuscivano. Ancora ora.
Adesso parlo, perché posso parlare: ho imparato uno dei sistemi di comunicazione di voi umani. Tengo conferenze, mi piace il suono della mia voce. Sono rimasto un idiota, ma posso parlare: un idiota che parla! (ho scoperto, col tempo, che siamo legioni!). Ho, però, il buon gusto di non dedicarmi alla politica, almeno per il momento.
Cosa c’entra questo quadretto alla De Amicis con la pace. Semplice: ho imparato a parlare, perché mi sono innamorato. Mi sono innamorato delle parole! Non è vero, come molti maligni sostenevano quando ero adolescente, che si smetta di balbettare, perché l’esigenza di trovare esseri femminili con i quali fare sesso sciolga la lingua. Assolutamente non è così, anzi. In prima elementare avevo due fidanzatine ed avevo capito perfettamente che il senso di maternità era un punto debole delle femmine. A seguire, in posizioni crescenti, aspetti interessanti per il genere femminile erano, secondo me: la bellezza, la dimensione fisica di varie parti anatomiche, la posizione sociale, la ricchezza, insomma tutti quelle caratteristiche, che per tutta la vita mi sono rimaste estranee. Nessuna, del resto, ha mai preteso che parlassi più di tanto o che dicessi cose sensate ed utili: in fondo ero pur sempre solo un maschio tendente a diventare un uomo: etero, brutto, povero, bianco, intellettuale, cristiano, europeo del sud ed italiano del nord. Ho ben presto capito di rappresentare, anzi di incarnare, il peggio degli ultimi duemila anni di storia dell’umanità.
Stavo dicendo del mio amore per le parole. Verissimo. Avevo poco più di venti anni quanto ho iniziato a guardarle, quasi come guardavo le gambe delle ragazze. Le prime ho iniziato a capirle, le seconde continuo a ricordarmi che le guardavo, ma ora, vecchio e canuto, mi sfugge pure il perché lo facessi. Ogni lemma era un portale, un “gate” direbbero molti ora, che, come nel film “Stargate”, mi proiettava in una nuova dimensione tempo-lessicale tutta da esplorare, da capire. Conobbi parole meravigliose, che, per ammirazione ed amore, iniziai a baciare e dalle labbra permisi loro di liberarsi, di librarsi e di raggiungere altri miei simili, anzi, tutto l’universo creato. Le parole non mi hanno mai tradito. Dove arrivavano loro volevano arrivassi pure io. Per ogni cosa detta fuori dalla mia bocca, me ne riservavano una copia che io potessi custodire in me, in quella mia profondità che da bambino odiava i “soliti altri”, perché non erano telepatici, perché mi giudicavano, mi facevano perdere tempo ed energia con quella sgraziata bocca sempre aperta, perché era dovuto loro ciò di cui il mio pensiero era orfano.
Il grande passo fu scrivere cose teatrali e capire che le parole e l’affabulazione erano ottime tattiche per arrivare alle mutandine delle coetanee, in assenza degli altri requisiti di cui sopra. Il culmine del mio innamoramento fu quando, studente di biologia, compresi che la vita era relazione, comunicata sempre in ambiti binari e realizzata da una strana danza, la cui forma diventava sostanza, che diventava forma e poi sostanza e così via da sempre e per sempre. E poi lo studio della storia, della giurisprudenza, della teologia portarono la mia considerazione della parola al primato di DNA cosmico. Ogni cosa prende vita se può essere proferita in qualche modalità: gli antichi egizi e tanti altri di altrettanti allora lo avevano perfettamente compreso.
E la pace? Cosa c’entra con tutto questo felliniano “amarcord”? La pace è una parola fantastica. Forse non mi sono mai sposato perché, a parte, ripeto, la totale assenza dei requisiti sopra indicati, purtroppo non ho mai incontrato una donna che si chiamasse così. Pace. Provate a ripeterla, con calma, lentamente, come per assaporarla, come per “flirtarci” un poco assieme, fitti fitti, labbra su labbra: pace, pace, pace. Me la immagino mentre si lava sulla riva di un ruscello, in una mattina di primavera inoltrata, l’erba appena calda di quasi estate. Composta, seria, serena, lieve, sicura, rispettosa di sé e degli altri, per questo un poco nascosta, riservata. L’acqua scorre sulla sua pelle, come se fosse abituata da sempre a quella superficie così vulnerabile, ma assolutamente indispensabile per contenere tutta una vita, tutta una storia, tutta una identità. Quell’involucro odoroso di buono per i neonati e di porto sicuro per chi si ama, quel permesso, quella promessa, quel patto, quella protezione così inerme, senza la quale l’intimità fisiologica sarebbe terribilmente esposta alla potenza terrifica quanto affascinante del cosmo. Quel velo sottile di cellule, di pori, di peli e di cheratina è ciò che ci contiene, è ciò che ci distingue, che ci permette di interagire tra noi e con il tutto, senza il quale non potremmo esistere. Senza, saremmo come una tazza priva di pareti. Sì, ne sono proprio innamorato, della pace, intendo, farei di tutto per lei, non per possederla con moto di egoismo, ma per farne parte, essere con lei, per lei, in lei, un progetto, una promessa, una certezza, il passato, che vive nel futuro, sentendosi sempre presente.
Pace: non esiste se non al “plurale”. “Paci”, direte, voi saccenti. No, non è così: più paci non fanno la pace. Più paci sono il godimento di tanti egoismi. La pace è, innanzi tutto, relazione, proprio come la vita. La pace non è l’assenza di violenza. La pace è la violenza che comprende la sua natura, che si fa consapevole, responsabile. Essa, la violenza, è insita in ogni cosa: una penna che cade, l’amplesso per dare altra vita (che anche se è voluto, cercato e permesso ha in sé sempre caratteristiche violente), un ragionamento, una scelta, i programmi televisivi, i giochi elettronici ed ogni espressione. Ogni atto è violento, ogni azione deriva dalla violenza o con questa ha a che fare. Se il gesto se pacifico è perché è stato compreso e reso tale per disinnescare la sua maledizione, per permettere altre comprensioni ed ulteriori evoluzioni. La vita, in questa dimensione è violenza: subita e restituita. Se non respiri muori. Allora sottrai ossigeno ad un’altra creatura, ma non te ne dai cura. Il neonato respira per la prima volta. Per la prima volta piange, proprio a causa dell’ossigeno inalato. Poi cadrà, ma imparerà a camminare. Per nascere quanta violenza, quanto dolore ha procurato a sua madre. Per uno come me, che ora gioca a fare l’intellettuale davanti al computer, con tanto di tazza di tè fumante sulla scrivania, come da liturgia da film americano, con un dispendio di risorse incredibili, vi sono dei miei simili, che subiscono la violenza della sottrazione di tali risorse loro spettanti. È la disciplina della Terra, potremmo dire, parafrasando Fossati. È violenza. È la vita.
Pace. Ora, mentre state leggendo molti stanno morendo non per la violenza o per la guerra. Questi termini definiscono solo le modalità non le ragioni. Molti, proprio in questo momento, muoiono perché stiamo smettendo di voler capire. Stiamo disimparando a disinnescare la violenza, rompendo quella tregua, quell’equilibrio con noi stessi e con tutti gli altri, che ci permette di proseguire il cammino per cui siamo stati pensati e per condurre la cosa più logica da fare nell’esistere: chiedersi dell’esistenza stessa. Stiamo tagliandoci la pelle, la stiamo facendo a brandelli.

fonte: Archivio INFOGESTIONE
proprietà intellettuale INFOGESTIONE s.a.s.
Pace
La parola pace sembra semplice, quasi trasparente. Eppure custodisce una storia antichissima, fatta di mani che si incontrano, di accordi che si fissano, di comunità che scelgono di restare insieme.
Deriva dal latino pax, pacis, ma il suo cuore è ancora più remoto: la radice indoeuropea significa “fissare”, “legare”, “stabilire”. È la stessa radice che ritroviamo in patto, pagare, pagina, palo: tutte parole che raccontano un gesto di stabilità, di ancoraggio, di impegno reciproco.
Nella Roma arcaica, pax non indicava un sentimento, né un’assenza di conflitto. Era un atto giuridico, un vincolo reciproco, un accordo che impegnava due parti a riconoscersi ed a limitare la violenza. La pace era qualcosa che si stipulava, non qualcosa che semplicemente accadeva.
In italiano la parola entra pienamente nel Duecento, già carica di questa eredità: non quiete, ma opera comune. Dire pace significa evocare un gesto di costruzione, un legame che si rinnova, una scelta di stabilità tra esseri umani
La pace, dunque, non nasce come assenza di guerra. Nasce come accordo fissato, come legame che tiene, come scelta di stabilità tra esseri umani. È un atto attivo, non passivo: qualcosa che si costruisce, si rinnova, si custodisce.
In questa luce, pace non è un silenzio dopo il rumore, ma un’opera comune. Una struttura che si erige insieme, come una casa. Una promessa che si rinnova ogni giorno.
Pace. Siamo cotti, sfilacciati, disordinati, non abbiamo più legami se non di distruzione con noi stessi e con gli altri. La storia, malgrado l’emancipazione femminile, sta tornando ad essere maschia: cattura per sé, penetra per gusto di possesso, stupra per rompere equilibri che non si capiscono, tutti presi dall’ebrezza di questa nostra erezione tecnologico-finanziario-sociale con delirio di onnipotenza, ignari che l’orgasmo sarà di una sterilità senza pari, privo di vita se continuiamo a violentare la stessa con tale impeto e tale ignorante crudeltà.
Ora, mentre state leggendo molti stanno morendo, ma non per la violenza o per la guerra. Forse, ora, ce ne importa perché potrebbe toccare anche a noi. Abbiamo deflorato la pelle con cui l’universo aveva siglato un patto di equilibrio con la nostra specie, o meglio, non abbiamo mai smesso di laceraci. Siamo di fronte al mistero della vita come bambini balbuzienti, che pestano il piede in modo convulso ed arrabbiato, perché le parole non escono dalle nostre gole e gli adulti, quegli idioti, non capiscono.
Disperati percuotiamo il terreno e, poiché non otteniamo e continuiamo a non capire, percuotiamo tutto ciò che ci circonda e non si conformi a quell’idea di esistenza, che siamo solo stati capaci a concretizzare con enormi, colossali, smisurati “IO”. Un dio minore, che sta perdendo tutto, compreso la “D”. Come il primate di “2001: Odissea nello spazio” percuotiamo tutto ciò che possa essere percosso, non importa diventi suono o distruzione: l’essere espressione di violenza ci ha sempre restituito l’ebrezza di esistere, sino alla nostra morte.
Avete mai notato che celebriamo molto di più la morte che la vita? Avete mai notato che scandiamo la storia solo per la fine dei conflitti e non per l’inizio della pace? Avete mai notato che sbaviamo per i pochi che emergono, mentre le moltitudini, che hanno percorso il nostro pianeta, sono dimenticate ancor prima di essere ricordo?
Siamo bambini balbuzienti, che non riescono ad esprimere nulla, perché ci chiediamo, inascoltati, di esprimere proiezioni esistenziali, che non abbiamo il coraggio di incarnare. Non ci riesci, non ci riesci proprio ad esprimere cose che, dentro, non riesci neppure a pensare tue, mentre tutti attorno si aspettano che tu impari a recitare il loro copione, trascinato a brandelli di generazione in generazione.
Siamo primati balbuzienti, che non riescono a guadare la Luna, ma sempre e solo il dito che, beffardo ed ipocrita, la indica. Non riusciamo a far caso all’osso tra le nostre mani, perché la possibilità di avere l’opportunità di diffondere le nostre caratteristiche genetiche aumentano se gli altri ci vedono rompere lo stesso osso, anziché osservarlo, studiarlo, condividerlo, senza vergogna del proprio dubbio, della propria perplessità, della titubanza che si fa attesa, contatto, dialogo, innanzi tutto con noi stessi e poi con i nostri simili.
Siamo balbuzienti che non riescono ad innamorarsi della prospettiva di quegli atleti che corrono tutti verso un arrivo, ma ognuno nella propria corsia, bella o brutta che sia. Invadere quella degli altri non porta da nessuna parte e non è neppure importante arrivare prima, ma accorgersi del correre, del partecipare con tutti e tutti assieme.
Siamo balbuzienti che non sanno, ma si sentono in dovere di parlare, perché il silenzio è brutto, è povertà, è malattia, è umiltà, è puzza, sa di cose vecchie, usate, logore, di dolore. Allora lasciamo tutto alla deriva, coprendolo con le parole che tutti vogliono sentire, perché siamo balbuzienti ed orfani di lemmi e di pensiero.
La balbuzie è un atto di violenza verso se stessi, è come fare vomitare uno che ha lo stomaco vuoto. La nostra specie continua a balbettare la propria esistenza, perché il senso della stessa è ancora vuoto. Non abbiamo ancora compreso che non è Mandrino, Putin, Trump o Veneranda, che non siamo iscritti ad una corsa ad ostacoli, che non si vince una medaglietta d’oro, per essere arrivati, dove non si sa di andare.
Siamo balbuzienti che non hanno capito che le olimpiadi non sono importanti, perché qualcuno si protende più veloce, più forte o più distante, ma perché tutti possiamo permettere questo, iniziando dalla pace. Si pratica tale attitudine non solo con l’astensione da atti violenti e bellici, come nella antichità, ma coltivando la libertà di cercare altro oltre la banalità di considerare vita ciò che resta dall’annullamento esercitato da chi, per vivere, pensa che altro non si possa fare se non alienare le altrui esistenze.
Siamo balbuzienti che biascicano morte perché l’archetipo timoroso pensa che sia l’unico modo per generare vita. Siamo balbuzienti perché non abbiamo il coraggio di chiedere a noi ed agli altri una tregua, un patto di intelligenza, affinché in gola si sciolga il desiderio di assaporare la vita sulle nostre labbra, di tutti e di ognuno.
Perché non sanno quello che fanno.
Pace.
PERCORSI
Ogni parola apre un cammino. In calce al nostro editoriale proponiamo sei percorsi culturali: possono essere scelti tra: una musica, un libro, un film, un’opera grafica, un lavoro teatrale, un museo, una mostra o un luogo. Sono inviti a vivere la parola non solo come testo, ma come esperienza condivisa di ascolto, visione e memoria.
PERCHÉ QUESTI PERCORSI?
I sei percorsi che seguono non sono una lista di consigli, ma un invito. Ogni scelta nasce da un gesto di cura: offrire al lettore un luogo dove la pace non è un concetto astratto, ma un’esperienza possibile. Abbiamo cercato opere, voci e luoghi che non dividono, non schierano, non semplificano. Sono percorsi che parlano di relazione, memoria, corpo, ascolto, tregua.
Un film che testimonia senza gridare. Un libro che ricompone la vita dopo la frattura. Un brano che apre uno spazio di respiro. Un’opera visiva che accoglie il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Un testo teatrale che attraversa la mente e la solitudine. Un luogo reale dove la pace è custodita come responsabilità collettiva.
Sono sentieri diversi, ma tutti portano nello stesso punto: la pace come gesto quotidiano, come scelta di sguardo, come modo di stare al mondo.
LA MUSICA
Henna
Lucio Dalla
A TEATRO
Memorie di un pazzo
Nikolaj Vasil’evič Gogol’
IL FILM
Departures
Yōjirō Takita
Nota redazionale
I Caffè Culturali sono un progetto di INFOGESTIONE, impresa dedicata alla ricerca didattica e culturale. In calce ai nostri articoli, proponiamo sei percorsi culturali come opportunità di approfondimento e compagnia: un brano musicale, un libro, un film o audiovisivo, un’opera visiva (grafica, fotografica o scultorea), un lavoro teatrale o melodramma, una mostra, un’esposizione, un museo o semplicemente un luogo. Ogni riferimento è selezionato per affinità tematica e accompagnato da dichiarazione di fonte, link ufficiale e, ove necessario, da rivisitazione grafica originale ispirata, mai copia. Le immagini e i materiali non sono utilizzati a fini commerciali, ma come corredo culturale e testimoniale.
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Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.
Titolo: Pace
Sezione: La copertina
Autore: Gian Stefano Mandrino
Ospite: –
Codice: ICCMICC2501151406MAN
Ultimo aggiornamento: 15/01/2026
Pubblicazione in rete: seconda stagione, 15/01/2026
Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – I Caffè Culturali
Fonte immagini: Archivio INFOGESTIONE – I Caffè Culturali
Fonte video e contenuti multimediali: –
Collegamenti per approfondimenti inerenti al tema:
– Henna – https://youtu.be/2f6x3MDyVX4?si=7ih8PaG0kyYFnbam
– Memorie di un pazzo – https://www.youtube.com/watch?v=QYjE-VupD4c
– Departures – https://www.youtube.com/watch?v=3swP6tdmnJk&t=3s
– La tregua – https://www.lafeltrinelli.it/tregua-libro-primo-levi/e/9788806219338
– Pietà – https://it.wikipedia.org/wiki/Pietà_vaticana
– Museo della Pace di Hiroscima – https://hpmmuseum.jp




