Calore.
Al solo evocarlo sembra di avvertire il frinire delle cicale, il frillare dei grilli, lo psitirismo dell’aria già calda tra i fili d’erba virati dal verde al marrone, la pelle che si vela di acqua e di umori.
Caldo
Certamente una delle parole più pronunciate in questo inizio d’estate e una tra le più versatili, per forma e significato. L’abbiamo certamente utilizzata mentre seguivamo il periodo caldo delle guerre, che speriamo stia volgendo al termine, tra un poco si entrerà nel caldo della competizione del calcio mondiale e, sulla pelle di tutti noi, il caldo, che in fondo non sappiamo definire, se non attraverso le percezioni dei nostri recettori fisiologici. Eppure caldo è la caratteristica organolettica principale di un abbraccio sincero, calda è la cena servita a tavola al termine di quelle fredde giornate anonime di mesi e di anni qualunque, caldo è il pretesto colto dagli amanti per presentarsi nella verità dei loro corpi e nella bugia dei loro istinti, che come neve dislinguano mentre le fisicità si ricercano, come per passeggera amnesia, nel caldo di un nuovo abbraccio, di un conferma di intesa tra sensi e sentimenti.
Calore.
Sono passato l’altra sera da una via, su cui le bocche di scarico dei condizionatori di alcuni grandi palazzi adibiti a ufficio riversavano i conati dei caldi umori di umane attività. Sembrava di percorrere una fornace. Il concetto era lapidario, quasi una sentenza sociale, come un diritto urlato: “noi dobbiamo lavorare al fresco, poco ci importa se aumentiamo comunque la temperatura generale del sistema. Anzi non ci poniamo neppure il problema: oltre noi il nulla e solo noi (come tutti pensano di se stessi) lavoriamo!”.
Qualche centinaio di metri più avanti, attraversato un corso caldissimamente caotico, ho proseguito lungo un viale, parte terminale di un parco, in cui alberi e aiuole con erba e piante rendevano tutto, malgrado la temperatura non fosse cambiata radicalmente, estremamente più sopportabile. Qualsiasi naturalista è in grado di descrivere come in natura possa essere risolto (non contrastato) l’eccesso di caldo, veicolandolo nella fisiologia complessa di tanti esseri viventi, che ne utilizzano la traduzione energetica in vari modi, ma mai prioritariamente a discapito degli altri.
Stesso problema due comportamenti. Il primo, quello di noi sapiens, che ci occupiamo solo di noi, come se veramente fossimo tali da considerarci dei termini, dei riferimenti assoluti in un sistema dove di assoluto vi è solo il sistema stesso, la natura, appunto. Il secondo, quello di molte altre specie, che (mi piace pensarlo ma non ne ho le prove) hanno smesso, forse, o non ne percepiscono l’opportunità o il meccanismo geometrico, di ritenersi delle entità assolute e uniche nel creato, ma semplici “soglie”, attraverso le quali permettere all’unico assoluto, il sistema naturale tutto, di permeare ogni proprio componente e di interagire in armonia con ogni sua stessa espressione.
Quante storie per una alitata di caldo, di umori di risulta derivanti da latrine, mense e sale riunioni, dove le minigonne lasciano che il sudore grasso di opulente cosce da signora si appiccichi alla finta pelle delle poltrone dei circoli magici delle tavole direzionali e le sedute delle stesse subiscono gli stillicidi degli umori urinosi di flaccide patte tra le “pences” di pantaloni stropicciati dalle posture scomposte di globosi ventrali di maschi “yes man” addomesticati “ad usum officii”.
La questione non sta nell’alitosi termica, anche se, per estensione analogica, vorrei cogliere le espressioni dei nostri venticinque lettori di manzoniana eredità, se ricevessero sul collo l’espettorato di chi in metropolitana, pigiato, insistesse sul loro collo. Il punto sta in quel percepirsi riferimento unico, oltreché principale. Il problema, perché tale è, risiede nel voler con tutte le forze cristallizzare noi stessi, renderci monolitici, statici e resistenti agli altri e alle epoche. Sentirsi giunti al traguardo e sempre soli e unici sulla striscia iridata. Inoltre, da qualche tempo, questa tensione al podio si accoppia a problemi, fragilità, catastrofi, martirii, che, unici tra un popolo di unici, ci rendono protagonisti assoluti del “ci sono riuscito”, con l’aggiunta del fatidico “senza l’aiuto di nessuno, perché me la sono sempre dovuta cavare da solo” (cosa assolutamente stupida, perché nessuno può costituirsi in una esistenza adiabatica). Questo è il modello di riferimento di sempre più individui, di complete categorie, addirittura, come abbiamo potuto constatare, della espressione politica nazionale e internazionale. “Ho dovuto fare la guerra da solo, mi hanno abbandonato tutti”: verrebbe da replicare “Sei stato tu a fare la guerra o te l’ha ordinato il medico?” Vedete come lo schema si ripete. Si propaga nei giovani come nei vecchi, tra ricchi e tra poveri, tra donne e uomini, facendo ben attenzione a rendere sempre più profonda l’incomunicabilità e la non conoscenza reciproca, perché ognuno su questo pianeta, è misura di se stesso, anzi, ogni cosa deve essere riferita all’unico, irripetibile, fantastico, martire, eroe, ma soprattutto, protagonista insindacabile nel proprio relativismo, che “siamo” ognuno di noi.
Nella mia vita non ho combinato nulla, soprattutto se misurato con i criteri di cui sopra, ma ho avuto il privilegio di vedere molte persone morire. I morti sono freddi e rigidi (almeno sino a che la decomposizione, un nuovo calore vitale, intervenga). Sclerotizzare tessuti e posizioni esistenziali, sociali e di specie con la cheratina della presunzione, della supponenza, dell’egocentrismo e finanche del narcisismo, porta alla morte, non come opposto della nascita, ma come incapacità di farsi permeare da quel tutto che tutto coinvolge: la vita.
Ognuno di noi è già “morto” una volta in questa immanenza. Eravamo feti, con una capacità percettiva e un habitat esistenziale completamente diverso da quello extrauterino, che, grazie a un movimento, che ci ha portato a un adattamento, ha permesso il compimento dell’evoluzione embrionale. Se il feto si fosse considerato unico, irripetibile, motore immobile e intelligenza pensante se stessa, sarebbe morto e forse pure sua mamma. Così, se mi state leggendo, voi venticinque sempre più accaldati, non è accaduto. Eppure cosa rende voi così diversi da come eravate nella mamma e allo stesso tempo così estremamente voi stessi? La soglia, il fatto che voi, noi, non siamo ciò che eravamo nella placenta e non siamo ciò che, grinzosi e claudicanti come oranghi siamo ora, canuti e prossimi alla dipartita. Noi siamo nel cambiamento avvenuto in noi, così come molte evidenze scientifiche stanno rilevando: dallo studio della fisiologia della memoria, alla fisica e alla biologia quantistica.
Pascal, ritengo, sarebbe molto interessato nel vedere questa sua evoluzione del sistema “Esprit de finesse ed Esprit de géométrie” iscritto nel cambiamento, essenza stessa, forse da lui non ben considerata, di tale binarietà, che sarà ripresa, in seguito, dalla fisica e in precedenza da altre scuole di pensiero occidentali e non.
La vita, pertanto, come ho avuto modo di raccontare a voi, miei cari venticinque nullafacenti, in chissà quale farneticante editoriale, non è l’opposto linguistico della morte, ma, come molte espressioni di questa immanenza sensoriale, un termine rivelatore della “presenza” di un processo e non di una fissità binaria. Un processo, quello esistenziale, per cui, a eccezione di qualche fiabesca mollichina, lasciata da qualche intelligenza, per segnare un percorso, ci mancano le logiche e i termini per descriverlo, identificarlo, comprenderlo e, come sempre la nostra specie vorrebbe fare, controllarlo.
Calore
Dal latino: călor, calōris, derivato diretto del verbo calēre (“esser caldo, ardere”).
La radice indoeuropea: risale alla radice kal- o kel-, che porta in sé il significato originario di “macchiare, bruciare, essere scuro per il calore” o “riscaldare”.
Dalla stessa radice derivano parole che richiamano la stessa energia primordiale: l’aggettivo caldo (dal latino calidus), ma anche il greco kēleos (“ardente”) e il sanscrito çrātá (“cotto, maturo”). Nella transizione linguistica, il sostantivo calore ha mantenuto intatta la sua natura fluida e astratta, non identificandosi con un oggetto specifico, ma rappresentando l’essenza stessa dell’energia in movimento.
L’analisi esegetica della parola “calore” rivela una profonda duplicità che va ben oltre la semplice misurazione fisica, muovendosi tra la biologia, la sociologia e la sfera emotiva.
Da un punto di vista primordiale e antropologico, il “calore” coincide con lo stato stesso della vita e della metamorfosi. La radice indoeuropea, legata al concetto di “maturazione”, ci ricorda che il calore è l’elemento incubatore per eccellenza: è la condizione necessaria per lo sviluppo biologico e il veicolo principale dell’empatia umana attraverso lo scambio profondo. In questa accezione originaria, il calore rappresenta l’espressione della flessibilità e della materia vivente che si adatta, si ammorbidisce e si trasforma, contrapponendosi alla rigidità fredda della stasi e della morte.
Parallelamente, l’evoluzione concettuale ha generato un’estensione semantica di segno opposto, legando il “calore” all’eccitazione febbrile, alla pressione e al conflitto. Qui il calore cessa di essere un fattore di crescita e diventa uno scarto energetico, un subbuglio disordinato causato dall’attrito, dall’iperattività e dalla frizione sociale dei corpi e degli ego.
L’esegesi della parola mette quindi in luce un paradosso: il calore può essere inteso sia come la temperatura vitale dell’integrazione, del sistema naturale aperto e della condivisione, sia come il sintomo di un surriscaldamento distruttivo, in cui l’eccesso di energia non viene più armonizzato, ma espulso verso l’esterno sotto forma di rifiuto termico, relazionale e ambientale.
Torniamo al caldo, ai condizionatori, all’aumento della temperatura, del biossido di carbonio, del consumo energetico, tutto per sputare sul prossimo quel tanto fastidioso calore, e paragoniamo il tutto al viale percorso, in cui tutto era più accettabile, quasi gradevole. Non so se le creature che formassero quel bel cammino avessero consapevolezza esistenziale, se potessero ritenersi martiri, eroi o campioni del “fatto da sé”, se abbiano mai iniziato a considerarsi e, se sì, abbiano smesso di farlo. Vi è qualcosa che il mio istinto di vecchia bestia destinata al mattatoio ha percepito tra la via degli esseri umani e il viale dei vegetali. È come avessi avvertito una assenza del primo e una presenza nel secondo. La soglia. La rinuncia a essere unico riferimento di tutto, la capacità di integrarsi rendendosi vicini e affini, l’assenza della supremazia fine a se stessa a vantaggio di un bene comune, senza il quale la stessa sopravvivenza verrebbe messa seriamente in discussione. Tutto ciò porta ad essere, come già detto, soglia, ovvero l’essere transizione, via al cambiamento, il percepirsi nel ritrovarsi adatto al cambiamento altrui, per ricominciare a ogni esigenza di riequilibrio, in un infinito protrarsi, che non crea precarietà, ma evoluzione, origine e ridefinizione di equilibri e rapporti aperti a confluire in un perenne altro.
Calore.
Si soffre il caldo non per la temperatura ma perché non si è capaci di adeguarsi alla temperatura stessa. Come quelli che trascorrono il tempo a ricordare e a ricordarsi che fa caldo e tendono a patire più per il giudizio sul loro stato che a beneficiare dal distrarsi da tale malessere, ponendosi interrogativi sulle possibilità di adattamento, così come nelle nostre stesse esistenze è lo stesso giudizio a creare pena in noi stessi.
Il giudizio a cui mi riferisco non è misura, non è coerenza a un modello di conduzione esistenziale, cercato, pensato, condiviso, adottato. Il giudizio a cui penso non è neppure quello della teologia del potere, che per millenni ha reso schiavi del verdetto divino, coloro che il divino ha voluto rendere liberi. È quel riferimento che si subisce da altri, che impongono stili di vita causati da varie opportunità: politiche, economiche, egoistiche a vari livelli, supportate, veicolate, esaltate dalle relazioni neurochimiche del singolo e del comportamento collettivo di specie. Il giudizio a cui sto pensando è un prodotto tipico della maggior parte delle popolazioni presenti sul nostro pianeta. È una valutazione parziale di comportamenti e stili di vita che pongono, quali riferimenti, interessi, seppur vasti, ma sempre particolari e che in comune tra loro hanno l’assoluta assenza del coinvolgimento di tutta la nostra specie.
Non non esistiamo a noi stessi. Ci raccontiamo cose come libertà, democrazia, autodeterminazione dei popoli (a far cosa non si sa), principi inalienabili tra esseri umani. Ce le raccontiamo, ma il criterio di “lupo tra i lupi” è l’unica condizione ora (e da sempre) imperante su tutto il pianeta e in qualsiasi relazione, anche la più idilliaca. Il tutto proprio perché ci ostiniamo a non comprendere la nostra vera natura (la scienza la si usa solo quando è di utilità alle solite categorie o per interessi individuali) o perché non ne siamo in grado. L’intelligenza è cosa che sfugge e non è equamente distribuita tra la nostra specie. Uno non è uguale a uno o, come dicono certi informatici, non è vero che davanti a un monitor abbiamo tutti lo stesso valore: molti di loro, per esempio, pur vivendo, immeritatamente, un’età dell’oro, stanno facendo più danni che altro, proprio per la miopia di prospettiva del settore in cui operano (se addirittura un pontefice ha sentito il dovere di pronunciarsi sull’argomento, forse qualche pensiero, oltre il loro interesse, avrebbero dovuto averlo).
Essere soglia, consapevoli di appartenere a un divenire di specie e di possibili ulteriori dimensioni, comporterebbe l’assenza di tali giudizi e di tali riferimenti fittizi e di opportunità per i più forti.
Qualcuno mi dirà: “beh si potrebbe fare in modo che la via dove scaricano calore e brutture varie sia arredata a giardino”. Forse potrebbe essere già qualcosa, ma non cambierebbe nulla, sino a quando noi stessi non matureremo la necessità di divenire giardino, soglia, specie, intelligenza unica, unisono esistenziale.
Calore.
Ci mancavano giusto le utopie, i voli pindarici di chi nella vita non ha mai realizzato nulla di buono. Occorre concretezza, decisione, meritocrazia, più democrazia, lavoro per tutti, percorrere insieme la strada dello sviluppo, più crescita, più possibilità per giovani, donne e disadattati, meno tasse e più servizi, più belli e meno brutti…Ecco fatto, come non detto: chi si è riconosciuto in questo finale è già finito, intellettualmente morto, privo di capacità intellettiva e di senso di empatia. È vero, percorrere assieme la strada della nostra evoluzione è da più di un milione e mezzo di anni che lo stiamo facendo, ma a nessuno è venuto mai in mente di capire la destinazione, di cercare di parlare per tutti, con tutti e a beneficio, veramente, di tutti. Il “mito” dell’Isola di Pasqua potrebbe rivelarsi una terribile profezia.
Abbiamo davanti delle scelte drammatiche da compiere come specie per la nostra sopravvivenza, che il concetto di Unione Europea risulta anacronistico e superato, robetta da ragazzini. Eppure gli esaltati della concretezza non sanno andare oltre la guerra, la violenza e lo sputare il caldo e le loro puzze sui visi altrui.
Caldo.
PERCORSI
Ogni parola apre un cammino. In calce al nostro editoriale proponiamo sei percorsi culturali: possono essere scelti tra: una musica, un libro, un film, un’opera grafica, un lavoro teatrale, un museo, una mostra o un luogo. Sono inviti a vivere la parola non solo come testo, ma come esperienza condivisa di ascolto, visione e memoria.
PERCHÉ QUESTI PERCORSI?
I sei percorsi che seguono non sono una lista di consigli, ma un invito. Ogni scelta nasce da un gesto di cura: offrire al lettore un luogo dove la pace non è un concetto astratto, ma un’esperienza possibile. Abbiamo cercato opere, voci e luoghi che non dividono, non schierano, non semplificano. Sono percorsi che parlano di relazione, memoria, corpo, ascolto, tregua.
Un film che testimonia senza gridare. Un libro che ricompone la vita dopo la frattura. Un brano che apre uno spazio di respiro. Un’opera visiva che accoglie il dolore senza trasformarlo in spettacolo. Un testo teatrale che attraversa la mente e la solitudine. Un luogo reale dove la pace è custodita come responsabilità collettiva.
Sono sentieri diversi, ma tutti portano nello stesso punto: la pace come gesto quotidiano, come scelta di sguardo, come modo di stare al mondo.
LA MUSICA
Le quattro stagioni. L’Estate
Antonio Vivaldi
Vivaldi traduce in filigrana sonora proprio quello che evochi all’inizio del testo: il caldo che opprime, il frinire delle cicale, il vento che muove l’aria, fino ad arrivare alla tempesta. Non c’è l’ego del compositore che vuole fare il fenomeno; c’è la musica che si mette totalmente al servizio del ciclo naturale, descrivendo il cambiamento e il passaggio del tempo. È la natura che permea lo spartito.
A TEATRO
Giorni felici
Samuel Beckett
La protagonista Winnie è sepolta fino al collo nella sabbia, sotto un sole cocente e accecante, ma continua a ripetere i suoi gesti quotidiani e a dichiarare che sono “giorni felici”. È la metafora perfetta, quasi lapidaria, di un’umanità monolitica, immobile, incapace di adattarsi al cambiamento e ostinata a considerarsi al centro di tutto, mentre il sistema intorno si scalda e si sclerotizza.
IL FILM
Don’t Look Up
Adam McKay
Due scienziati scoprono una cometa in rotta di collisione con la Terra, ma la politica, i media e gli ottimisti della “concretezza e della crescita economica” rifiutano di guardare in alto. Preferiscono continuare a fare profitti, a polarizzare il dibattito e a considerarsi “protagonisti assoluti nel proprio relativismo”: una specie che si auto-annienta per pura supponenza e miopia.
IL LIBRO
Cecità
José Saramago
Racconta di un’improvvisa epidemia che rende tutti ciechi (tranne una donna), portando al crollo immediato di ogni struttura sociale. Senza più le finzioni del potere e dello status, gli uomini si riducono a mostrare la loro natura più cruda.
ARTI VISIVE
Pietà
Michelangelo Buonarroti
Il dipinto mostra una donna seduta sul letto, immobile, avvolta da una luce solare tagliente che entra da una finestra spoglia, oltre la quale si intravvede la fredda architettura urbana.
Nota redazionale
I Caffè Culturali sono un progetto di INFOGESTIONE, impresa dedicata alla ricerca didattica e culturale. In calce ai nostri articoli, proponiamo sei percorsi culturali come opportunità di approfondimento e compagnia: un brano musicale, un libro, un film o audiovisivo, un’opera visiva (grafica, fotografica o scultorea), un lavoro teatrale o melodramma, una mostra, un’esposizione, un museo o semplicemente un luogo. Ogni riferimento è selezionato per affinità tematica e accompagnato da dichiarazione di fonte, link ufficiale e, ove necessario, da rivisitazione grafica originale ispirata, mai copia. Le immagini e i materiali non sono utilizzati a fini commerciali, ma come corredo culturale e testimoniale.
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Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.
Titolo: Calore
Sezione: La copertina
Autore: Gian Stefano Mandrino
Ospite: –
Codice: ICCMICC2606271500MAN
Ultimo aggiornamento: 26/06/2026
Pubblicazione in rete: seconda stagione, 26/06/2026
Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – I Caffè Culturali o secondo quanto definito dalle didascalie o dai collegamenti ipertestuali
Fonte immagini: Archivio INFOGESTIONE – I Caffè Culturali o secondo quanto definito dalle didascalie o dai collegamenti ipertestuali
Fonte video e contenuti multimediali: –
Collegamenti per approfondimenti inerenti al tema:
– musica: L’Estate – https://youtu.be/RvDt_KtOzbc?si=8mY-8qeNCOX2bOtP – https://it.wikipedia.org/wiki/Le_quattro_stagioni
– teatro: Giorni felici – Giorni felici | Spoleto 52 Festival dei 2Mondi – https://it.wikipedia.org/wiki/Giorni_felici_(Beckett)
– cinema: Don’t Look Up – https://www.youtube.com/watch?v=DhYXSqz8H-o – https://it.wikipedia.org/wiki/Don%27t_Look_Up
– libri: Cecità – https://www.lafeltrinelli.it/cecita-libro-jose-saramago/e/9788807950766 – https://it.wikipedia.org/wiki/Cecit%C3%A0_(romanzo)
– arti figurative: Morning Sun – https://en.wikipedia.org/wiki/Morning_Sun_%28painting%29
– luoghi: Giardino di ninfa – https://www.giardinodininfa.eu/




