“E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese
oscillavano lievi al triste vento”.
(Salvatore Quasimodo – Alle fronde dei salici – da Giorno dopo giorno – 1947)
Ogni anno mi chiedo che senso possa avere formulare degli auguri. Ogni anno mi trova sempre più perplesso, meno convinto. Ormai da anni, come istituto, non utilizziamo più gli “auguri”, come leva comunicativa. Non abbiamo nulla da vendere, esprimendo vuoti, inutili, ipocriti “auguri”, con relativo corredo di insegne natalizie, magari con qualche bel paio di gambe femminili ammiccanti da succinti costumi da Babbo Natale, tutta purezza e castità presepiali, oggetti tra gli oggetti di una liturgia mercantile (fondamentali per alcuni, che sui ricavi di certi attesi periodi dell’anno ci campano, grasso arricchimento e speculazione per altri), che stridono con il ricordo delle vicissitudini di quella famiglia ebrea, il cui progetto socio-esistenziale non era partito proprio con il piede giusto.
Il termine “auguri”, che oggi usiamo per esprimere un desiderio di prosperità, affonda le sue radici nella lingua latina e, in particolare, in una delle istituzioni religiose più potenti dell’antica Roma: il collegio degli Auguri (augures).
L’àugure non era semplicemente un indovino, ma l’interprete ufficiale della volontà degli dèi (numen), una figura la cui funzione era considerata essenziale per la sopravvivenza e la prosperità dello Stato romano. Il loro compito consisteva nell’eseguire l’auspicium (dal latino avis specere, “osservare gli uccelli”), ovvero l’osservazione e l’interpretazione dei segni divini, detti auspicia o auguria, prima di intraprendere qualsiasi azione di rilievo pubblico.
Questi presagi venivano tratti principalmente dall’osservazione del volo degli uccelli (auspicia ex caelo), dal modo in cui i polli sacri si nutrivano (tripudium solistimum) e dall’interpretazione di fenomeni celesti come tuoni e fulmini. Armati del lituo, il bastone ricurvo, che usavano per delimitare la porzione di cielo (templum) da osservare in un luogo sacro (auguraculum), gli auguri detenevano un potere politico immenso.
La loro importanza era tale che nessuna attività cruciale, dall’elezione di un magistrato all’approvazione di una legge, dalla dichiarazione di guerra alla convocazione di un’assemblea, poteva aver luogo senza che prima fossero stati presi gli auspici. Un augure che dichiarasse un presagio sfavorevole poteva interrompere o addirittura annullare atti ufficiali con la formula “alio die” (“a un altro giorno”). Per questo motivo, il collegio era riservato alle personalità più eminenti dello Stato e la carica era a vita.
Il significato moderno di “augurio” deriva direttamente da queste antiche pratiche. Oggi, nel fare gli auguri, non consultiamo più gli dèi, ma esprimiamo il desiderio che il futuro di una persona sia altrettanto propizio e favorevole di un augurium positivo ricevuto dai magistrati romani, però senza più precisarlo: una neutralità, una trascuratezza lessicale curiosa quanto eloquente del nostro modo di vivere e che, in un sito sperimentale web dedicato alle parole, non poteva passare inosservata.
Riassumiamo e tiriamo le somme: abbiamo una circostanza, il nuovo anno, abbiamo la formula, anche se imperfetta, gli auguri, ma manca, come a molte cose di questa “saccente ed ignorante” umanità occidentale, l’interprete, il conduttore dell’ufficio divino, qualcuno che possa e sappia trarre dagli accadimenti il senso dei tempi. Buffo che manchi chi sappia proprio chi sappia leggere i segni, attività che il Bambinello, di cui si celebra la nascita in questi giorni, trent’anni dopo avrebbe raccomandato ad ognuno di noi.
Espediente mercantile e comunicativo a parte: quale senso assume la formulazione di un augurio, in tale modalità cogente per periodo temporale e pigra consuetudine, che procura solo il desiderio di poter superare rapidamente ed illesi uno dei periodi meno liberi e felici dell’anno. Il nostro augurio non è più auspicio. Non è neppure il desiderare qualcosa di buono per qualcun altro. Da quando non c’è più mia Madre, per esempio, dubito fortemente che la maggior parte di coloro che inviano alle mie orecchie tale mantra, abbiano veramente a cuore o conoscano minimamente ciò che potrebbe procurarmi felicità, partendo dal fatto, per esempio, di ascoltarmi oltre che di parlare a me. Sovente pure io mio sorprendo a bestemmiare tale lemma, consapevole di lanciare più un anatema che una vera buona intenzione a favore di chi ho davanti. Immaginatevi a tal proposito quanto sul celeberrimo e diffuso”…a lei e famiglia”.
“A lei e famiglia”: una formula di archiviazione, più che una apertura di benevolenza. E poi, questa involuzione verso tale modalità magica, come se per il solo fatto di esprimere l’accadimento di buoni eventi, li si facesse veramente capitare (fisica dei quanti ed antichi Egizi a parte). Forse utilizziamo la parola “auguri”, perché in un moto inconsulto di dignità e di onestà, non ce la sentiamo di sentenziare un falso “ti voglio bene” o un sentito “ti amo” o un attento “ma sai che sono così contento di conoscerti, che vorrei per te il meglio anche se dovessi privarmene io stesso”, che a me farebbe molto più piacere anche poter proferire oltre che sentire.

fonte: Archivio INFOGESTIONE
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Immaginarsi d’essere veramente convinti di volere il bene di uno sconosciuto quando, a stento, lo posso pensare di un mio congiunto, il più delle volte per ruolo sociale, di specie o di egoismo, mi strozza la voce in gola. La mia perfidia si spinge addirittura ad interessare la prole: i figli sono pezzi di cuore, ma del cuore dei genitori, cose loro, parti di se stessi, altrimenti altro che affetto.
Chiedo scusa ma alla mia età ho capito e ne posso fornire le prove, che non ho alcun potere magico: non posso fare accadere cose buone a chi conosco e cose perfide a chi non conosco. Magari preferirei pure il contrario, carogna come sono. No, mi dispiace, ma non ne sono per nulla capace, altrimenti lo fare per me, innanzi tutto, e poi per gli altri se ve ne rimanesse!
Perché all’inizio di questo schifo di copertina ho inserito quella triste lirica, ispirata da un salmo biblico, che esprimeva tutta l’amarezza di un popolo deportato? Che strano come quel popolo, tanti secoli dopo, non abbia ancora capito di non fare agli altri quello che tante volte hanno fatto subire a loro stessi, principio etico che il solito Bambinello, ormai cresciuto, aveva consigliato negli stessi territori di quel popolo duemila anni fa.
Sono una minoranza, ma hanno il potere di catalizzare l’attenzione del mondo, da sempre, sia in versione bambino in capanna, sia si tratti di epica biblica o di terrifici ricordi tra filari spinati. Sembra proprio siano stati eletti per testimoniare il meglio ed il peggio tutta la nostra specie, come uno specchio in cui ognuno di noi potrebbe un poco o un tanto riconoscersi.
Perché è di ipocrisia si parla, ma proprio di tutti, senza eccezioni. Come posso, ogni anno augurare cose buone e belle, se poi per un anno non dedicherò neppure un pensiero ai destinatari di tanta mia bontà: amici, famigliari, colleghi, bambini con la pancia gonfia che, tronfio, liquido con un bonifico mensile e magari impiego i restanti soldi, per comprare sesso da chi è dello stesso colore e, anche se distante migliaia di chilometri, in realtà in condizioni molto simili.
Come posso profetizzare cose belle e buone se anche un solo individuo al mondo patisce, una volta ancora di più sentendo e vedendo la nostra ipocrisia ed il nostro opportunismo (che pur sono, ahimè, il motore della nostra stessa dinamica esistenziale).
Come posso chiedere al fato di essere benigno verso altri, miei simili, certo che quegli altri per tutto il resto dell’anno mi saranno solo di impiccio, di paragone, di invidia, di ostacolo ed inimicizia, addirittura. E poi, convinto come sono, che coloro che soffrono si girerebbero dall’altra parte nell’intravedere, per caso, la mia di sofferenza, che senso ha tutta questa pantomima, questa ipocrisia, questo veicolare sentimenti sottoforma di oggetti, magari acquistati con lo stipendio di dirigente di una impresa, che esporta armamenti?
Preferisco il Black Friday, almeno è più sincero, con tutti quegli sprovveduti, che comprano su rete da chi magari non ci paga neppure tutte le tasse, contribuendo così alla chiusura delle imprese di quei tanti poveretti, che nella vita sapevano solo fare i commercianti.
Vedete, ho ragione, manca il ministro, la regia, manca qualcuno che sappia leggere i segni dei tempi: forse uno l’abbiamo avuto, ma, visto che era diventato avaro di miracoli, non ci siamo persi l’occasione di inchiodarlo alle sue responsabilità.
Come si dice: “Ognuno per sé e Dio per tutti”!
PERCORSI
Ogni parola apre un cammino. In calce al nostro editoriale proponiamo sei percorsi culturali: possono essere scelti tra: una musica, un libro, un film, un’opera grafica, un lavoro teatrale, un museo, una mostra o un luogo. Sono inviti a vivere la parola non solo come testo, ma come esperienza condivisa di ascolto, visione e memoria.
PERCHÉ QUESTO PERCORSO?
Abbiamo scelto questo percorso culturale perché rispecchiano lo spirito critico e meditativo dell’articolo. Non sono semplici corredi ornamentali, ma occasioni per interrogarsi sul senso autentico della parola “auguri” e sulla sua trasformazione nel tempo. La musica restituisce la dimensione spirituale e la tensione etica che contrasta con la ritualità mercantile; la letteratura e il cinema mostrano come il Natale possa essere vissuto come memoria, solitudine o speranza, lontano dalle formule vuote; l’arte visiva mette in scena la crudezza e la verità, ricordando che nascita e memoria non sono mai cartoline patinate; il teatro rivela la fragilità delle relazioni familiari e sociali, specchio delle contraddizioni che l’articolo denuncia; e infine la tradizione del presepe riconduce alle origini del gesto, alla radice francescana e popolare, come invito a ritrovare un senso autentico dell’augurio. In questo modo, ogni percorso diventa un invito a trasformare la riflessione in esperienza, a vivere l’augurio non come formula di circostanza, ma come testimonianza, memoria e responsabilità condivisa.
LA MUSICA
La Buona Novella
Fabrizio De André
A TEATRO
Natale in casa Cupiello
Eduardo De Filippo
IL FILM
La vita è meravigliosa
Frank Capra
Nota redazionale
I Caffè Culturali sono un progetto di INFOGESTIONE, impresa dedicata alla ricerca didattica e culturale. In calce ai nostri articoli, proponiamo sei percorsi culturali come opportunità di approfondimento e compagnia: un brano musicale, un libro, un film o audiovisivo, un’opera visiva (grafica, fotografica o scultorea), un lavoro teatrale o melodramma, una mostra, un’esposizione, un museo o semplicemente un luogo. Ogni riferimento è selezionato per affinità tematica e accompagnato da dichiarazione di fonte, link ufficiale e, ove necessario, da rivisitazione grafica originale ispirata, mai copia. Le immagini e i materiali non sono utilizzati a fini commerciali, ma come corredo culturale e testimoniale.
La musica che accompagna i nostri redazionali, come in questo caso, è nidificata tramite il player ufficiale di YouTube. Rimane ospitata sulla piattaforma citata, accessibile anche direttamente da YouTube, senza subire rimontaggi né alterazioni. La sua presenza qui è a corredo di un articolo culturale, senza alcuna finalità commerciale o pubblicitaria. È parte del nostro percorso di ricerca e di divulgazione culturale.
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Coordinate di questa pagina, fonti, collegamenti ed approfondimenti.
Titolo: Auguri?!
Sezione: La copertina
Autore: Gian Stefano Mandrino
Ospite: –
Codice: ICCMICC2512171619MAN
Ultimo aggiornamento: 17/12/2025
Pubblicazione in rete: seconda stagione, 17/12/2025
Proprietà intellettuale: INFOGESTIONE s.a.s
Fonte contenuti: INFOGESTIONE – I Caffè Culturali
Fonte immagini: Archivio INFOGESTIONE – I Caffè Culturali
Fonte video e contenuti multimediali: –
Collegamenti per approfondimenti inerenti al tema:
– La Buona Novella – https://www.youtube.com/watch?v=IKoHJDy3Ddk&t=2s
– Natale in casa Cupiello – https://www.youtube.com/watch?v=8WgSej1dpEc&t=1s
– La vita è meravigliosa – https://www.youtube.com/watch?v=oKK1NvOREMQ
– Il panettone non bastò – https://www.oscarmondadori.it/libri/il-panettone-non-basto-dino-buzzati/
– Adorazione dei pastori – https://it.wikipedia.org/wiki/Adorazione_dei_pastori_%28Caravaggio%29?utm_source=copilot.com
– Santuario di Greccio – https://www.santuarivallesanta.com/santuari/greccio/





Molto interessante. Complimenti per il coraggio e la lucidità.
Al tempo stesso, traspare la bellezza stessa del concetto di auguri. Non si può volere agli altri.
Sarebbe come voler male a sé stessi. Impossibile se non in casi estremi.
E’ impossibile sfuggire ad un dato di fatto che ci sovrasta ineluttabile. La vita è “una merda bellissima” ma anche una “bellissima merda”.
E’ variopinta, nella felicità ma soprattutto nel dolore. Ma è una fortuna che sia così. L’importante è palpitare e non “elaborare” lutti, tristezze ed incertezze.
Per questo, da lettore sempre interessato e soddisfatto, mi permetto di inoltrare i miei più sentiti auguri, globali, disinteressati e sentiti.
Io li preferisco, sempre, ad uno sputacchio sulla faccia. Se la vita è anche merda, che almeno sia sorridente e malinconica al tempo stesso.
Augurissimi I Caffè Culturali
Buon Natale